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Nicola Bellomo, brivido infinito: Io e il Bari un amore vero

BARI Quattro vite con la stessa maglia. I colori del cuore, quelli della sua città.

La storia di Nicola Bellomo non è comune in un calcio sempre più privo di bandiere. Addii dolorosi e ritorni, delusioni, speranze e quel desiderio sempre vivo che a 31 anni il fantasista del Borgo Antico coltiva sempre con la stessa passione. Passato, presente e futuro: il trequartista si racconta a cuore aperto. La pausa del campionato di B è sempre una fase di bilancio, ma da oggi si fa sul serio: domenica si torna in campo con il mirino sul Como. Per ritrovare la vittoria che manca da cinque giornate.

Nicola Bellomo, partiamo dalle origini: la trafila nel settore giovanile e l’etichetta pesante di «nuovo Cassano». Il prestigioso paragone l’ha condizionata?

«Quando sono arrivato in Primavera, il parallelo con Cassano è scattato presto: lo stesso quartiere, lo stesso ruolo e, più avanti, persino la coincidenza di aver segnato all’Inter il primo gol in serie A. Mi sono sempre affannato a dire che eravamo diversi: sul piano caratteriale, mi sentivo timido, non sarebbe stato semplice gestire le attenzioni continue che hanno sempre accompagnato il percorso di Antonio. Di lui si dice sempre che, con il suo talento, avrebbe dovuto ottenere molto di più ed è vero: era davvero geniale, oltre che incredibile sul piano tecnico. Tuttavia, la sua carriera merita solo applausi: ha militato nei top club, ha giocato in nazionale, è arrivato in finale ad un Europeo. Io non ho fatto un terzo di quanto ha realizzato lui».

16 maggio 2009: l’esordio in B con il Bari. Quali ricordi porta con sé?

«Bari-Modena 4-1, noi già matematicamente promossi in serie A, un’atmosfera stupenda. Ma il ricordo più bello in quella stagione fu lavorare sempre in prima squadra, sotto la guida di Antonio Conte. Si vedeva che sarebbe stato un predestinato: da lui ho appreso la cultura del lavoro».

Una stagione in C per farsi le ossa a Barletta e nel 2011 il primo ritorno, stavolta da protagonista.

«Si veniva dalla retrocessione dalla A, la società aveva difficoltà: il ds Angelozzi volle ricostruire ripartendo dai giovani. E fece un grande lavoro per salvare il Bari, riuscendo a cedere Stoian, Fedato e anche me. I due anni di B furono complicati: sei anni di penalità nel primo torneo, sette nel secondo. Senza quella zavorra, saremmo andati ai playoff. Ho giocato con continuità, mi sono affermato: Torrente è il tecnico a cui devo di più nella mia carriera e non capisco perché uno con le sue idee e la sua umanità non alleni almeno in B».

Torrente avrebbe voluto impostarla come regista puro: perché il trapianto di ruolo non andò a buon fine?

«In quegli anni esplose Verratti a Pescara: il mister pensava che avessi le caratteristiche per giocare come lui. E io ne ero convinto, ma le esigenze tattiche spesso richiedevano altro e mi adattavo: mezzala, esterno offensivo, play. Però aver ampliato il bagaglio mi ha aiutato e ancora oggi sono contento di offrire alla squadra soluzioni in diverse porzioni di campo».

Dal Bari in A con Torino e Chievo: perché non riuscì a stabilizzarsi nel massimo campionato?

«Forse ci arrivai troppo presto, ma la realtà è che non ero pronto. Erano anche tempi diversi: ora basta una gara buona per guadagnare fiducia, prima non era così. Magari se fossi stato in A qualche stagione fa, ci sarei rimasto. Ma non voglio alibi: ognuno ha il percorso che si merita».

E nel gennaio 2015 eccola di nuovo in biancorosso: come andò la «terza vita» barese?

«Fu la parentesi che suscita i maggiori rimpianti. Era l’epoca di Gianluca Paparesta: le aspettative erano altissime, ma la società non aveva solide fondamenta. Il calcio si fa in altro modo, oggi esiste un abisso rispetto ad allora: il Bari attuale è un club modello. Ad ogni modo, sulla carta dovevamo lottare per la promozione, in pratica non arrivammo nemmeno ai playoff. Però conobbi mister Nicola che credeva fermamente in me e mi rivoleva per la stagione successiva, ma mi spezzai il metatarso e un affare già concluso sfumò. Da allora ho sempre pensato che avrei dovuto indossare ancora questa maglia perché mi sembrava di aver lasciato qualcosa a metà».

Ma il giro è stato lungo: Ascoli, Vicenza, Sambenedettese, Salernitana, Reggina…

«La volontà c’è sempre stata, ma i matrimoni si fanno in due. Anche quando il Bari è finito in serie D, ero pronto a rientrare, senza badare alla categoria. La svolta è arrivata incontrando il ds Polito: ha compreso le mie motivazioni e mi ha riportato qui. Mister e compagni, poi, sono stati magnifici: a Reggio Calabria, per via della situazione societaria, avevo lavorato a singhiozzo, ma da subito il gruppo mi ha accolto ed il tecnico mi ha dato spazio».

Quindi, la «quarta vita» barese deve portare a colmare quella «metà mancante»?

«È scontato che il sogno sia conquistare la categoria che la piazza merita. Ma non dobbiamo commettere l’errore di sbandierare le ambizioni con voli pindarici. Siamo una neopromossa e la priorità è ottenere innanzitutto i punti per stare tranquilli. Tutto ciò che sarà in più, lo prenderemo. Ho 31 anni e vorrei rimanere fino a quando l’opera non sarà completa: mi sento integro, ho voglia di giocare. E poi apprezzo ogni frangente con consapevolezza. Un esempio? Il gol al Brescia: penso di non essermi emozionato così nemmeno alle mie prime reti nel Bari. Anche perché raramente mi era capitato in un San Nicola così affollato e carico di entusiasmo».

Nicola, ma si può essere profeti in patria?

«I sentimenti sono intimi e forse io, nella mia riservatezza, non sono mai riuscito a comunicare quanto tenga al Bari. Posso solo dire che da qui non sarei mai andato via e il fatto che sia tornato tre volte lo dimostra. Non mi pesa che da me si attenda qualcosa in più: sono barese e ormai ho l’esperienza per gestire le responsabilità e dare l’esempio. Il desiderio nel cassetto è un traguardo che reputo concreto. E darò tutto per realizzarlo. Con i colori della mia città».

 

© Fonte ufficiale www.lagazzettadelmezzogiorno.it

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